Niente sarà come prima. Forse non abbiamo ancora raggiunto la consapevolezza, ma questa crisi ci costringerà a cambiare ed a rivedere tutto in una ottica diversa.

Da sempre sento parlare del “fallimento del Sistema Italia”, un sistema economico perennemente sull’orlo del collasso e sempre costretto ad affrontare situazioni di emergenza. Dal settore dei trasporti con Alitalia ed AirItaly, fino alle crisi bancarie (Banca Popolare di Bari l’ultima in ordine cronologico), passando per le crisi di ILVA e Whirlpool, senza contare le “scontate” emergenze generate dalla fragilità del nostro territorio (ponti crollati, frane, smottamenti e terremoti). Già queste sarebbero sufficienti per non annoiarsi ma, per non farci mancare nulla, abbiamo anche una emergenza sanitaria da dovere affrontare ed in questo ultimo contesto emerge tutta l’instabilità del Sistema Italia nel suo aspetto più intimo, evidenziando uno scarso (forse inesistente) senso etico ed un basso livello culturale.

Che siamo un paese fermo, lo sento dire troppo spesso. Ora che veramente SIAMO TUTTI FERMI, abbiamo il tempo necessario e sufficiente per pensare a come e da dove ripartire. Questo virus si sta dimostrando molto più forte di qualsiasi superpotenza e sta mettendo in discussione il modello di organizzazione economica in cui viviamo. Il Welfare State in cui siamo avrebbe dovuto essere il giusto compromesso tra i modelli capitalisti e socialisti del XIX secolo ed invece ci troviamo ad uno scenario alla deriva. Viviamo una crisi delle economie private dove l’eccessiva regolamentazione governativa non facilita lo sviluppo economico, congiunta ad una crisi della economia pubblica gravata da una incapacità di gestire direttamente le attività produttive dello Stato. Dopo anni di tagli in nome della Spending Review, subiamo le restrizioni al minimo di quelle che dovrebbero le estensioni universalistiche dell’assistenza sociale (sussidi di disoccupazione, pensioni e assistenza sanitaria).

Questo virus è un attacco democratico sia al potere che alla libertà personale, non fa distinzioni di genere e non considera classi e privilegi.

Ci ritroviamo improvvisamente con il capitalismo ammanettato e con la propria libertà di azione a controllo che viene a mancare. Nonostante la presenza e la disponibilità dei mezzi di produzione non trova il modo di gestire il motore il primario costituito dalla forza lavoro. La forza del mondo industriale, globalizzato e delocalizzato in nome del contenimento dei costi, si trova inerme e obbligato ad affrontare difficoltà ed imprevisti che non trovano soluzione semplice ed immediata.

A questa debolezza del capitalismo però manca la contrapposizione del socialismo come veicolo per la ricostruzione del senso di comunità. In questa crisi ci siamo accorti che il perseverare nel nostro individualismo collettivo ci ha fatto dimenticare il significato di quei valori che sono stati protagonisti della storia. Ci siamo trovati isolati ed incapaci ad essere dinamici, complici dello statico modello capitalista.

Indipendente dalla parte in cui stiamo, ci manca la consapevolezza del momento che stiamo vivendo. La crisi del capitalismo, rimasto vincolato alla propria visione, incontra la crisi sociale ed il modello del Welfare State potrebbe non essere più valido da qui in poi.

Le PMI in Italia sono circa 150000, di cui circa il 65% sono a conduzione familiare ed occupano 4 milioni di lavoratori contribuendo al 12% del PIL.

Andranno rivisti i modelli di business delle imprese ed in particolare di quelle piccole e medie imprese che costituiscono parte del tessuto produttivo italiano. La soluzione dell’individualismo, dell’uomo solo al comando, dello sfruttamento di un solo canale (sia di fornitura che di distribuzione), dell’impresa familiare che detiene il controllo assoluto hanno dimostrato tutti i suoi limiti.

I distretti industriali e le cooperative d’impresa, in particolare nei contesti in cui si incontra una larga frammentazione produttiva, dovranno ripensare le relazioni commerciali troppo vincolate ed intrappolate nel network.

​Abbiamo capito che il contesto è improvvisamente cambiato ed è necessario un rapido riadattamento. Serviranno nuove strategie che definiscano nuove direzioni, strutture organizzative che dovranno riadattarsi, nuovi processi con maggiore digitalizzazione (la vera sfida che dovrà essere vinta nel più breve tempo possibile) e soprattutto determinante il fattore umano che dovrà ritrovare motivazione e sviluppare nuovi skills. Il cambiamento dovrà essere radicale e dovrà coinvolgere tutti i livelli di una organizzazione, dalla produzione al management.

Negli ambiti produttivi l’adozione di modelli agili (Lean Production e Six Sigma) ha introdotto benefici in termini di produttività ma si è dimostrata insufficiente a causa di una filiera che si è dimostrata troppo lunga e poco sotto controllo con una evidente debolezza nelle scelte di delocalizzazione in nome della globalizzazione. Per questo motivo ci potrebbe essere una inversione di tendenza che porterà al reshoring di alcune attività chiave che non solo garantirà una maggiore prontezza all’adattamento, ma permetterà di incentivare l’economia locale.

Nel nuovo contesto si dovrà considerare un paradigma, troppo spesso trascurato, di Business Continuity, ovvero la preparazione a continuare ad operare anche in condizioni di situazioni avverse. Gli asset dovranno essere analizzati secondo il loro livello di rischio e verrà rivalutato l’impatto che possono avere sul business, al fine di individuare preventivamente azioni che possano garantire la minima operatività in condizioni avverse. L’esperienza maturata in questo periodo diventerà una lezione preziosa per riequilibrare il carico di lavoro, limitare il più possibile i ruoli “pivot” ed adottare in modo maggiormente pervasivo lo smartworking. 

Senza contare che un ruolo chiave lo avrà la digitalizzazione. Il ritardo con cui molte aziende hanno digitalizzato i loro processi ha evidenziato una carenza di lungimiranza del tessuto produttivo costituito per la maggior parte da micro e piccole imprese che rimangono eccessivamente vincolate alle loro convinzioni. Sarà indispensabile approcciare con consapevolezza un percorso di digital transformation che rappresenti l’opportunità di ridisegnare i processi di business intercettando le nuove esigenze che emergeranno. Non sarà più un utopia parlare di progetti di Change Management che dovranno accompagnare la digitalizzazione mitigando i rischi dovuti alla resistenza al cambiamento e sviluppando nuovi mindset che esalteranno le soft skills come la flessibilità cognitiva, l’intelligenza emotiva, la resilienza e l’attitudine al problem solving. Il ruolo delle persone e la loro capacità di fare team, secondo la riscoperta di valori come il rispetto ed il senso di appartenenza, sarà uno dei fattori critici di successo.

Ma non solo le imprese dovranno fare il loro dovere. Credo sia necessario un intervento dello Stato che supporti le attività strategiche e contribuisca alla crescita. La politica economica dovrà ripensare alla direzione da seguire e decidere come supportare e come intervenire nell’assetto produttivo del sistema economico. Anche il modello di stato dovrà essere rivisto rimettendo in discussione le azioni e le strategie attuate negli ultimi anni, rimettendo al centro un nuovo modo di essere cittadini.

Toccherà anche noi cambiare perché quando tutto cambia, tutti dovremmo fare la nostra parte in una unione di intenti. Cambiamo insieme, cambiamo tutti.

“Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante”