Questo intervento nasce da una breve chiacchierata con i dipendenti di una piccolissima impresa locale a riguardo di un articolo che identifica gli aspetti di un pessimo capo. Da questo semplice momento da macchinetta del caffè ho scoperto eventi che riportano alla diffusione di un mondo che immaginavo fosse circoscritto in alcuni contesti e che si interseca perfettamente con il concetto di cattive abitudini manageriali che ho recentemente trattato. Infatti, nell’ultimo post, mi ero dedicato ad un esempio, purtroppo reale, di incapacità imprenditoriale nel non cogliere l’importanza di una formazione continua.

In questo altro reale caso di #dumbworking riporto un diverso argomento: un status quo che assume un imprenditore quando va ben oltre quello che è un limite di rispetto. In questa piccola realtà familiare composta da poche unità di professionisti di alto livello, il titolare si arroga quasi quotidianamente il diritto di ricordare che lui è il SUO padrone. Circoscrivendo geograficamente al Veneto, ma estendibile ovunque in generale, questa affermazione non dovrebbe destare scalpore dato che si potrebbe limitare ad un abuso improprio che scambia la parola padrone con il significato diverso di leader.

“Io sono il TUO padrone” è l’espressione massima di colui che crede di potere disporre a piacimento delle persone, come se fossero cose. Se prendiamo dal dizionario la definizione di padrone vediamo che è “chi ha il possesso, la disponibilità di un bene (è sinonimo quindi, ma non in tutti i significati, di proprietario)”. In questo contesto, definirsi padrone non significa essere dei leader ed è una grave mancanza di rispetto.

Ecco l’esempio di #dumbworking: la negazione del valore umano, ovvero l’omicidio volontario dello spirito propositivo. La reclusione forzata di ogni iniziativa di miglioramento, costretti solo a seguire gli ordini spesso dati in maniera contraddittoria. La depravazione del senso di potere che demotiva portando il personale allo spegnimento del cervello fino alla fine del lavoro. La frase “Ah, io quando entro spengo il cervello e lo riaccendo alla sera quando esco” è una frase killer della propria dignità. Nessuna libertà operativa. Nessuna responsabilizzazione. Nessun incentivo. Solo il compitino da A a B. Accettare queste condizioni è come tornare alle soglie del ‘900 quando lo schiavismo era un elemento distintivo.

Ma torniamo al significato di “padrone” e proviamo ad uscire dall’aspetto negativo guardando il bicchiere mezzo pieno. Se approfondiamo l’etimologia, la parola padrone deriva dal latino patrōnus e identifica il protettore o il difensore. Forzando una definizione etimologica “io sono il tuo padrone” non è sbagliato e dovrebbe significare “fidati di me, io sono il difensore che ti protegge”. Questo però è quello che chiamiamo leader: colui che conosce il valore umano, lo sa valorizzare e ne sa trarre il meglio.

Peccato che il titolare di quell’azienda non ne conoscesse l’origine etimologica e neanche il significato di leader.