Per scrivere questo post avrei dovuto consultare Simone Perotti e chiedergli consigli su come impostare seriamente l’argomento. Le sue scelte sono state molto coraggiose ed alla fine devo ammettere che è uno che “ce l’ha fatta”. Mi immagino che la domanda adesso sia “Ce l’ha fatta a fare che?”, alla quale è sufficiente rispondere semplicemente con una parola “cambiare”. Ecco perché non si parla di downshifting in senso stretto, ma si vorrebbe cercare di spiegare quando un cambiamento “in peius” potrebbe essere una opportunità di riscatto.

Partiamo con un po’ di teoria: quando sarebbe opportuno cambiare? Mettiamo su una bilancia i 2 disagi principali. Sul primo piatto mettiamo il disagio per affrontare un cambiamento, ovvero l’ignoto, e sull’altro piatto mettiamo il disagio che si prova nella situazione presente. Quando il peso del disagio per la situazione presente supera il disagio per affrontare il cambiamento, quest’ultimo diventerebbe la scelta obbligata. Che giro di parole! Soprattutto, abbiamo usato il condizionale perché dall’asserzione teorica dobbiamo escludere che sussista il fattore masochista che porti al “piacere del lamentarsi”. Ecco perché continuiamo a fare le cose che non ci piacciono e che, addirittura, ci vengono imposte: ci piace avere qualcosa di cui lamentarsi. E quanta energia mettiamo in quel sentimento? Ma ne vale veramente la pena? No, per niente.

Fai quello che ti piace e non lavorerai un giorno della tua vita!

Mi trovo spesso a discutere con amici, colleghi e conoscenti di questo argomento e mi sento spesso rispondere la stessa frase “si ma devo prendere uno stipendio”. Ed io ribatto “Si ma… UNA vita abbiamo!” Se nessuno ve lo ha mai detto (e dubito sia così), vi assicuro che se anche in questa vita guadagnarete abbastanza, non è vero che ne avremo un’altra per recuperare.

Per un lavoratore che avverte il peso del lavoro, rimanere rinchiusi nello status quo è deleterio ed il sentirsi un criceto in gabbia che corre sulla ruota perché è l’unica cosa che sa fare, è addirittura peggio. Bisogno scendere dalla ruota, pensare fuori dagli schemi e scappare dall’oppressione del sentirsi obbligati a correre solo su quella ruota. Fuori dalla gabbia c’è un altro mondo da esplorare.

Cambiare lavoro, come anche cambiare casa o cambiare in generale, è un processo articolato e faticoso. Lo stimolo principale deve essere la visione finale di uno status migliore. Così come vivere in una casa vuota si prova lo stimolo di riempirla con nuovi mobili e nuovi accessori, anche un nuovo lavoro va riempito con l’esperienza giorno dopo giorno. Non fermarsi, non accontentarsi. Cercare sempre la strada verso il benessere personale è l’unico percorso stimolante che può portare a dare il “di più” che fa la differenza.

Essere se stessi per stare bene con se stessi, potrebbe essere una affermazione banale e scontata ma non è così. Perché cercare di essere diversi da quello che si è? Perchè continuare a recitare una parte? Lo cantava anche J-Ax (Intro, Il bello di essere brutti, 2015), che da quel momento in poi dava una svolta alla sua carriera, dicendo chiaramente di uscire dall’immagine schematica di se stessi che si prova a vendere.

Ricominciare da meno di zero
E finalmente sollevare il velo
E raccontarvi veramente
Non l’immagine vincente che la gente prova a vendere di sé

Tutti hanno un talento e delle predisposizioni e per identificarle è consigliabile iniziare da una semplice autovalutazione: cosa si sa fare bene, cosa piace fare, cosa si vorrebbe fare, cosa non piace fare, cosa non si vuole fare. Il senso si racchiude nell’individuare la convergenza verso le cose che si sanno fare bene e che danno soddisfazione, ovvero che portano ad un appagamento.
Ricominciare da se stessi, accettandosi senza lamentarsi, ecco il vero senso del downshifting.