Quante volte abbiamo sentito dire che “sono sempre i migliori quelli che se ne vanno”? Fermi con gli scongiuri, sto parlando di ambiente di lavoro.

Questa volta il mio #dumbworking non è rivolto a descrivere quella pessima categoria di manager fossilizzati nelle loro idee, bloccati nel loro status quo e più preoccupati a distruggere difendendo la loro posizione di potere piuttosto che costruire un salutare ambiente lavorativo. Vorrei andare oltre il luogo comune dell’ottimo impiegato che scappa dal pessimo manager e vorrei rivolgermi a quelli che scelgono il pessimo capo.

“Never complain, never explain”

Altro che Disraeli e la sua arte del non lamentarsi. Qui iniziamo dai fondamentali, ovvero la sottile arte del lamentarsi in cui è molto più facile essere sempre contrari e mai propositivi. Il primo indizio di un pessimo impiegato è la sua capacità di subire senza reagire impersonando una sorta di yes-man (o yes-woman) a tutto tondo. Salvo poi lamentarsi con le persone sbagliate denunciando e sparlando impropriamente dei non presenti.

“… ma poi è peggio”

Bellissima frase di un dipendente terrorizzato che ho sentito troppe volte: “Se non faccio quello che dice il mio capo poi è peggio.” Peggio cosa? Quando eravamo piccoli ed in una scuola di altri tempi c’erano provvedimenti come il cappello dell’asino, in ginocchio sui sassolini e, nella migliore delle ipotesi, dietro la lavagna. Ma nel mondo del lavoro non mi sembra ci siano provvedimenti del genere. E qualora ci fossero queste azioni così orribili, ricordo anche che hanno un nome e che la legislatura riconosce come comportamenti vessatori (mobbing, bossing, straining, …). Chiudo ricordando che quella scuola aveva il mandato formativo, cedere ad un capo vessatore è distruttivo.

“Pazzo è lo struzzo…”

Pazzo è lo struzzo che nasconde la testa nella sabbia quando un branco di iene lo circonda (Dan Brown, Inferno). Questa è una vera arte di un pessimo impiegato che si vede quando un responsabile sta palesemente sbagliando e un coraggioso collega sta cercando invano complicità e supporto. “Non ho sentito”, “non seguivo il discorso”, “non c’ero”, “non so di cosa state parlando” sono le frasi che ripete. Talmente omertoso e sfuggente che le tre scimmiette (non vedo, non sento e non parlo) potrebbero a confronto sembrare dei collaboratori di giustizia.

“Nel momento in cui dubiti di poter volare…”

Nel momento in cui dubiti di poter volare, perdi per sempre la facoltà di farlo. (J.M. Barrie, Peter Pan). Se da piccoli hanno letto Peter Pan sicuramente ne hanno dimenticato sia la morale che l’insegnamento. Lavorativamente vivono una sorta di incapacità di crescere e sono fermi nella loro posizione di partenza fossilizzati nel loro compitino. Come dei mozzi, quando si trovano nella situazione in cui la barca sta affondando continuano a lavare il ponte perché solo quello sanno fare e solo quello gli è concesso di fare. Hanno lo stimolo per la crescita personale annullato dalla situazione e cervello in power save. 

Lasciatemi concludere dicendo che tutte queste situazioni descrivono un dipendente affetto dalla Sindrome di Stoccolma con la quale rende omaggio al proprio superiore con segni di subordinazione incondizionata. I responsabili  che si sentono appagati da questi meri esecutori non potranno fare altro che continuare a cercare di circondarsi di altri fedeli soldati, lasciando (fortunatamente) che i migliori se ne vadano.

Ma in tutto questo rimane una domanda: sono i pessimi capi che generano pessimi impiegati, o sono i pessimi impiegati che generano pessimi capi?