Ho provato a ricercare su Google la frase “ci vuole sempre un Piano B” ottenendo circa 87.200.000 risultati. Sapere che non sono l’unico a riflettere sull’ovvia importanza di tenersi sempre pronte delle alternative è una magra consolazione.

Ma allora, perché scrivere un post sul “Piano B”?

La risposta è molto semplice e deriva da una mia personalissima analisi di questi giorni in cui l’emergenza sanitaria ci ha costretto a rivedere le nostre abitudini e, improvvisamente, ci ha fatto capire che non siamo preparati ai cambiamenti repentini.

Contestualizzando al periodo in cui viviamo, vorrei fare una prima considerazione: siamo in continuo movimento e lo scenario che ci circonda cambia continuamente, non solo dal punto di vista tecnologico ma anche culturale e sociale. È un fattore ormai assodato che viviamo in una società in cui la velocità con cui ci spostiamo, lavoriamo e comunichiamo, è in continua crescita. Scomodando la prima legge della dinamica, essendo la velocità in aumento, vi è anche una accelerazione con cui avvengono i cambiamenti.

Come secondo punto, secondo la nostra natura, cerchiamo di avere basi solidi sopra le quali costruiamo le nostre certezze e ci poniamo in ostacolo ad ogni stimolo che ci faccia perdere il nostro equilibrio. Questo è il motivo per cui tendiamo ad essere abitudinari mettendo da parte lo stimolo ad imparare con il rischio di sperare che sia il contesto in cui viviamo che si adatti a noi.

Tutto che ci sta attorno muta in continuazione, quindi affrontare un cambiamento è una prova di maturità.

Riflettevo che siamo sempre troppo focalizzati sul nostro Piano A, quello di tutti i giorni in cui ci svegliamo pensando solo a quello. La cosa strana è che si tende a percorrere sempre la solita strada piana, senza salite, senza discese ed a volte si vorrebbe che non ci fossero neanche curve, magari con il pilota automatico. L’ipotesi di stabilità del Piano A e la sua ripetitiva applicazione ci fanno dimenticare quanto sia importante avere sempre pronto un Piano B.

Eventi e cambiamenti improvvisi non dovrebbero trovarci impreparati.

Provo a sviluppare un ragionamento che parte da lontano. La comfort zone che delimita il nostro piano di azione primario è il risultato di una scelta strategica che abbiamo fatto in passato che soddisfaceva 3 importanti requisiti: era una scelta irreversibile, rilevante e di lungo periodo. Sicuramente nel contesto in cui l’abbiamo presa avevamo altre alternative che abbiamo scartato, ritenendole meno interessanti per il nostro obiettivo.

Poi ci sono gli eventi che inducono nuove esigenze di adattamento ed in cui emerge che forse con il trascorrere del tempo abbiamo sottovalutato l’accelerazione che ha stravolto il contesto iniziale dove abbiamo effettuato le nostre scelte. Siamo arrivati alla definizione dello scontro tra il continuo social change e la nostra natura umana.

Bisogna sempre avere un Piano B.

Nel mondo aziendale la pianificazione ha un ruolo cruciale ed avere sempre pronte delle alternative strategiche può aiutare a raggiungere un risultato. Proprio ad un corso sulla pianificazione strategica, un giorno ho avuto la fortuna di conoscere un manager che mi ha insegnato una importante lezione su come affrontare le diverse situazioni.

Execute for the best and plan for the worst!

Avere un Piano A, aiuta. Pianificare ed agire avendo sempre chiaro l’obiettivo è utile ma gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo ed è ancora più essere sempre pronti ad affrontare la situazione peggiore. Diversamente avere un Piano B, è fondamentale per affrontare gli eventi che ci ostacolano ed è sicuramente meglio riuscire a pianificarlo per tempo.

Mi piace definire il Piano B come la migliore alternativa tra le peggiori. Proprio per questa ragione forse un Piano B non basta ed è necessario preparare anche un Piano C, D, …

 

…e poi ci sarebbero i Piani B che prevedono di fuggire ai Caraibi, ma questa è un’altra storia…